Esattamente 79 anni fa, il 3 agosto del 1936, Jesse Owens scriveva il primo capitolo della sua carriera come atleta più famoso della storia delle Olimpiadi. Nato a Oakville, in Alabama, da una famiglia afroamericana, Owens fu la star dei Giochi estivi tenutisi a Berlino sotto gli occhi di Adolf Hitler, le Olimpiadi che, nella concezione del nella concezione del Führer, avrebbero dovuto consacrare la superiorità della Germania e della razza ariana di fronte al mondo intero.

Il 3 agosto, Owens conquisto la medaglia d’oro nei 100 metri con il tempo di 10.3 secondi, battendo il connazionale Ralph Metcalfe di un decimo e l’olandese Tinus Osendarp di due. Il giorno seguente si aggiudicò l’oro nel salto in lungo e il 5 agosto dominò anche la gara dei 200 metri, correndo in 20.7 secondi: completò il poker il 9 agosto, partecipando (e vincendo) la staffetta 4×100. I 4 ori messi al collo restarono un record per i Giochi Olimpici fino al 1984, quando, a Los Angeles, Carl Lewis lo eguagliò vincendo le stesse gare.

Famosa (e anche molto cavalcata dalla stampa), la diatriba con Adolf Hitler, che non gli avrebbe stretto la mano al termine della gara in segno di riconoscimento e congratulazione in quanto di razza non ariana. In realtà, Owens rivelò poi come il Führer l’avesse salutato con un cenno della mano al momento della sfilata sotto il palco d’onore e come fu invece l’allora presidente degli Stati Uniti, Franklin Roosevelt, ad annullare l’incontro con lo stesso Owens perché impegnato in campagna elettorale.

di Daniele Fantini (twitter: @d_fantini)